Bonanni:” Subito la riforma Elettorale” . La Costituzione immagina i partiti come strumenti di partecipazione.

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di Raffaele Bonanni
C’è un riflesso condizionato, quasi pavloviano, nella politica italiana: arrivano i risultati regionali e, prima ancora che la polvere delle urne abbia il tempo di posarsi, la maggioranza relativa annuncia la “grande discussione” sulla riforma elettorale. Stavolta, tuttavia, il tempismo non è soltanto un tic. Le regionali del 23-24 novembre 2025 hanno consegnato al Paese due messaggi brutali. Il primo: nessuna valanga, nessun terremoto capace di ribaltare in via definitiva i rapporti di forza. Il secondo: un’astensione mai così alta nella storia recente, con un’affluenza media ferma attorno al 43-44%, come se quasi un italiano su due avesse scelto di non abitare più la casa comune.
Solo un ingenuo può credere che l’allarme nasca da un improvviso amor di democrazia. La questione è più prosaica e, se vogliamo, più cinica: il sistema misto con collegi uninominali punisce chi rischia di ritrovarsi davanti un’opposizione unita alle politiche del 2027. La paura di perdere seggi, più che l’urgenza di restituire voce ai cittadini, accende oggi i riflettori sui meccanismi elettorali. Perciò già si parla di “correzioni”, di aggiustamenti chirurgici destinati a ridurre l’alea. Ma se la riforma sarà l’ennesimo abito tagliato su misura dei rapporti di forza del momento, non toccherà ciò che sta franando sotto i nostri piedi. Dunque maggioranza ed opposizione farebbero bene a cessare a fare calcoli di basso cabotaggio per inaugurare una stagione nuova di responsabilità, facendo attenzione esclusivamente a come riguadagnare il consenso di chi non va a votare. Fare affidamento vittorie senza elettori anzichè al ritorno alle urne ormai meno della metà dei votanti, corrisponde a pericolose vittorie di Pirro.
I cittadini ormai non si fidano. Da trent’anni, la legge elettorale non incentiva le persone a scegliere chi lo rappresenta nel territorio e nella sua cultura politica: incentiva piuttosto i partiti a sequestrare quella scelta. Sbarramenti percentuali usati come clava o come stampella, adempimenti burocratici che in Europa trovi solo da noi, raccolte firme oceaniche, candidature multiple in più collegi, candidati “paracadutati” in regioni che non conoscono, selezionati dalle nomenclature nazionali e non dal tessuto sociale: tutto concorre a indebolire la rappresentanza territoriale su cui poggia la democrazia parlamentare. Gran parte dell’astensionismo nasce da qui, dalla sensazione diffusa che il voto sia diventato un gesto simbolico entro un copione scritto altrove, con attori scelti in anticipo e platea ridotta al silenzio.
Eppure c’è un livello ancora più corrosivo, perché riguarda la qualità stessa della vita politica. La Costituzione immagina i partiti come strumenti di partecipazione e selezione delle classi dirigenti; nella pratica molti si sono richiusi a riccio, diventando circuiti autoreferenziali in cui le leadership non si rinnovano per confronto ma per cooptazione. Dove mancano congressi veri, scuole di politica, luoghi di elaborazione collettiva, prospera l’idea che il merito serva solo a decorare decisioni già prese. Al posto delle sezioni e dei corpi intermedi, restano talk show che premiano la rissa e una comunicazione istantanea che consuma, senza costruire. Così la politica diventa estranea proprio a chi dovrebbe ereditarla.
Qui l’ipocrisia diventa intollerabile: si accusa la gioventù di rifiutare la politica, quando è la politica ad aver rifiutato i giovani pur di proteggere lo status quo. La fascia più assente alle urne – tra i 18 e i 30 anni – non è un popolo improvvisamente apatico; è una generazione cui non si sono aperte porte d’ingresso, né si sono offerti percorsi di formazione civile, né si è riconosciuto diritto di parola se non come comparsa. I social, eterodiretti da piattaforme globali interessate più alla confusione che alla cittadinanza, riempiono il vuoto lasciato dai “buoni maestri” che i partiti non organizzano più. La passione per la giustizia, che nei ragazzi resta autentica e spesso generosa, finisce così preda di slogan, polarizzazioni, manipolazioni: e la disillusione, una volta entrata, è difficile da espellere.Se davvero si vuole una riforma, dunque, il punto non è solo scegliere il proporzionale anziché il maggioritario o premi di coalizione come se fossero feticci tecnici. Il punto è restituire agli elettori la possibilità di contare. Significa collegi credibili e omogenei, non aritmetiche artificiali; candidati radicati nella vita sociale del proprio territorio con rapporti solidi con quei cittadini. Dunque non funzionari itineranti; selezione trasparente, con regole accessibili e verificabili; barriere d’accesso che evitino l’eccessiva frammentazione ma non l’oligarchia. E parallelamente una verifica seria sui partiti applicando l’articolo 49 della Costituzione: la loro democrazia interna, partecipazione reale dei cittadini, ricambio delle classi dirigenti. Perché senza partiti aperti e contendibili, nessuna legge elettorale potrà rigenerare fiducia.
Altrimenti la riforma sarà solo un’altra manovra di autoconservazione, e l’Italia continuerà a scivolare verso una democrazia senza popolo: un contenitore formale in cui i riti sopravvivono, ma l’anima si ritira. Chi governa si ricordi che la governabilità non è un trucco di legge, bensì un patto vivo fra istituzioni e cittadini; senza cittadini dentro, ogni vittoria è cartone, ogni stabilità una scenografia. La polvere delle urne non va usata per nascondere le crepe: va guardata in faccia e finalmente rimossa.