INTERVISTA ALL’EUROPARLAMENTARE, ON. DANILO DELLA VALLE

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VINCENZO PISCOPO

di VINCENZO PISCOPO
Lei è un Europarlamentare dal 19 luglio 2024. Di cosa si occupa in particolare e come procede la sua esperienza al Parlamento europeo?
Al Parlamento Europeo il mio lavoro si concentra in particolare sui temi di politica internazionale nelle Commissioni per gli affari esteri, per i diritti umani, per il commercio internazionale, per lo “scudo della democrazia”, oltre che nel ruolo di vicepresidente dell’Intergruppo “lotta alla povertà”. È un’esperienza molto intensa, il cui obiettivo è portare una visione critica e di cambio di prospettive verso l’attuale postura geopolitica dell’Unione.

La sua storia politica la identifica come difensore della libertà e della autodeterminazione dei popoli. I suoi colleghi europarlamentari la pensano allo stesso modo?
Non tutti, purtroppo. Spesso si portano avanti visioni diametralmente opposte. Nel Parlamento Europeo esistono e resistono ancora logiche suprematiste, con un approccio che pretende di imporre i propri modelli e i propri interessi a discapito degli altri. Quindi difendere realmente l’autodeterminazione significa scontrarsi anche ogni giorno con chi preferisce le ingerenze, il riarmo e le logiche di dominio, piuttosto che la diplomazia, il rispetto paritario tra i popoli e il diritto internazionale.

In questi anni lei ha effettuato numerosi interventi relativi alla situazione in Palestina. Come ritiene si possa arrivare a una pace duratura in quel martoriato territorio?
La via per una pace duratura non passerà mai attraverso le armi, l’escalation militare o il silenzio delle istituzioni. Per fermare la drammatica situazione nella Striscia di Gaza e costruire una stabilità reale, servono passi concreti: un cessate il fuoco immediato, il rispetto assoluto del diritto internazionale e la tutela dell’autodeterminazione dei popoli. L’Unione Europea deve superare la mancanza di una strategia autonoma e approvare risoluzioni efficaci e decise. Solo rimettendo al centro la diplomazia, il disarmo e il rifiuto dell’uso della forza si potrà porre fine a questo conflitto, ricordando sempre che la libertà non si esporta con le bombe.

Le frodi in danno dell’U.E. sono un fenomeno in costante crescita. Ha mai pensato di sollevare la questione nel Parlamento europeo affinché si adottino provvedimenti rapidi e concreti?
Pur concentrando gli sforzi principali sui dossier esteri, la legalità e la trasparenza restano fari ineludibili. Il bilancio dell’Unione è frutto dei sacrifici dei cittadini. I fondi devono essere protetti in modo rigoroso per essere destinati ai reali bisogni sociali, e non dispersi in circuiti fraudolenti o corruttivi.

La disaffezione al voto è ormai un dato strutturale. A suo avviso perché molti cittadini non vanno più a votare?
Perché c’è uno scollamento totale tra i palazzi istituzionali e la vita reale. Se le istituzioni non ascoltano le sofferenze economiche, i problemi lavorativi o l’urgenza di una sanità pubblica funzionante ma si concentrano su dinamiche lontane dai cittadini, è normale che subentri la rassegnazione. Per curare l’astensionismo, la politica deve tornare nelle strade con umiltà e ascoltare davvero.

Come valuta la proposta di Alessandro Di Battista e dell’Associazione “Schierarsi” di indire un referendum per l’abolizione dei contributi all’editoria?
Sicuramente in maniera positiva. Un’informazione davvero libera e imparziale è il presupposto di una democrazia matura. Iniziative di democrazia diretta come i referendum vanno sempre accolte con grande rispetto. Discutere dei meccanismi di finanziamento dell’editoria è fondamentale per assicurare che la stampa risponda solo alla verità e ai cittadini, e non a chi detiene il potere economico.

Oggi assistiamo a contrapposizioni ideologiche molto nette. È preoccupato per il clima che stiamo vivendo nel nostro Paese? Secondo lei esiste il pericolo di una deriva democratica?
Certamente, c’è molta preoccupazione quando, in nome dell’emergenza o della sicurezza, vengono calpestati diritti e prerogative sovrane. C’è stata, ad esempio, una ferma opposizione all’ultimatum dell’amministrazione Trump che pretendeva di accedere ai dati biometrici dei cittadini europei: una richiesta considerata una “violazione inaccettabile della sovranità e della vita privata dei cittadini europei”. Quando si rinuncia a queste tutele, la deriva democratica è già iniziata.

Che idea si è fatta relativamente all’attuale situazione geopolitica ed alle reiterate crisi internazionali. E quale potrebbe essere il ruolo del nostro Paese, e dell’UE in particolare, per tentare di dirimere tali controversie?
Finora si è assistito a quello che in plenaria è stato definito “il più grande fallimento in politica estera da quando esiste l’Unione europea”. L’U.E. e i suoi vertici hanno abbandonato la via diplomatica per compiacere le “lobby delle armi”. Sull’Iran e nel Golfo Persico manca totalmente una strategia autonoma e si seguono passivamente le direttive di Washington. Se non si vuole che l’Europa resti una “triste spettatrice della storia”, occorre ritrovare coraggio, smettere di assecondare logiche di riarmo o approvare sanzioni inefficaci che allontanano solo la pace, e convocare finalmente una grande conferenza sulla sicurezza sul modello di Helsinki 1975.

L’unione europea ha pensato in questi anni soprattutto all’unione monetaria. Lei ritiene si sia fatto abbastanza per la solidarietà, l’integrazione, la giustizia sociale, economica ed ambientale?
Assolutamente no. La Commissione sta scegliendo in maniera colpevole di “investire miliardi nelle armi invece che nelle persone”. C’è stata una dura opposizione al piano “Rearm EU” e al cosiddetto “Schengen militare” perché rischiano di trascinare il continente in una pericolosa escalation. Manca anche un senso basilare di umanità, come dimostra l’inerzia verso le difficoltà che subisce la popolazione di Cuba; per questo sono state presentate interrogazioni per chiedere la rimozione dell’isola dalla lista statunitense degli “Stati sostenitori del terrorismo”, denunciando l’impatto devastante del blocco economico.

In che modo l’intera classe politica italiana potrebbe essere di supporto al lavoro della magistratura nel contrasto alla criminalità?
Dando l’esempio e garantendo un contesto normativo certo e imparziale. Serve inoltre intervenire sulle profonde disuguaglianze sociali: combattere le mafie e la criminalità non è solo un lavoro di polizia e magistratura (a cui vanno fornite tutte le risorse necessarie), ma significa soprattutto bonificare il disagio sociale ed economico in cui il crimine prospera.

Quali sono i suoi progetti e desideri futuri?
L’intento è continuare a portare le istanze dei più deboli all’interno del Parlamento Europeo. Il traguardo più grande rimane invertire questa preoccupante tendenza militarista per rimettere al centro dell’azione politica l’essere umano, la dignità del lavoro e la costruzione attiva e instancabile di un orizzonte di pace.

Oggi l’utilizzo dei social network ha, in parte, sostituito i media tradizionali. Cosa pensa in merito?
I social network rappresentano uno strumento di enorme valore per disintermediare la comunicazione e informare direttamente i cittadini, scavalcando spesso narrazioni imposte dall’alto. Tuttavia, richiamano tutti a un uso responsabile, per evitare che diventino un megafono di odio o disinformazione. È necessaria molta consapevolezza civica.