FUGA DI CERVELLI IN ITALIA: PERCHÉ I GIOVANI TALENTI SCELGONO L’ESTERO

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di VINCENZO PISCOPO


di VINCENZO PISCOPO
La cosiddetta “fuga di cervelli” è un fenomeno sempre più diffuso che ha un impattosignificativo sull’economia dei Paesi. L’espressione fuga di cervelli indica la migrazione diprofessionisti altamente qualificati che lasciano il proprio Paese per cercare miglioriopportunità all’estero. Questo fenomeno ha un impatto rilevante sullo sviluppo perchél’Italia, pur essendo nota per il suo sistema educativo di qualità, perde molte risorseumane formate con investimenti pubblici. Negli ultimi dieci anni oltre un milione di cittadinihanno lasciato l’Italia per vivere all’estero: inoltre, solo nel biennio 2023/2024, 213.000italiani si sono iscritti all’AIRE (Associazione Italiani Residenti all’Estero), registrando laloro residenza fuori dall’Italia. I giovani abbandonano l’Italia principalmente alla ricerca dimigliori opportunità lavorative, stipendi più alti e maggiore meritocrazia, in risposta a unmercato del lavoro caratterizzato da forte precarietà, salari bassi, scarse prospettive dicarriera e una burocrazia inefficiente. Centinaia di migliaia di giovani tra 18 e i 34 annihanno lasciato il Paese negli ultimi anni, con una significativa “fuga di cervelli” checolpisce particolarmente il Mezzogiorno.Tra i principali fattori del fenomeno registriamo:1. Precarietà e salari bassi: In Italia, un giovane neolaureato guadagna in media tra il 40 eil 50% in meno rispetto ai colleghi all’estero e l’alto tasso di contratti temporanei oprecari spinge a cercare stabilità altrove;2. Mancanza di meritocrazia: I giovani spesso percepiscono l’assenza di valorizzazionedei talenti e una scarsa mobilità sociale, con posizioni di rilievo bloccate;3. Scarse opportunità di ricerca e innovazione: Il sistema produttivo italiano investe pocoin ricerca e sviluppo, limitando le posizioni qualificate per i laureati;4. Disuguaglianza di genere: Le giovani donne spesso lasciano il nostro Paese per evitarediscriminazioni nel mondo del lavoro e conciliare meglio vita familiare e professionale,grazie a un welfare più strutturato all’estero;5. Qualità della vita e orizzonte futuro: Oltre alla carriera, la scelta è dettata dal desideriodi vivere in contesti più dinamici, inclusivi e sicuri.Il fenomeno comporta una perdita di capitale umano stimata in oltre 100 miliardi di euro,evidenziando una difficoltà strutturale del Paese ad attrarre e trattenere giovani talenti.Ogni giorno osserviamo un Paese che invecchia inesorabilmente, dove le famiglie siassottigliano, la natalità arretra e l’immigrazione copre intere fasce di attività economicheper le quali mancano i lavoratori: l’Italia contemporanea sta sprecando sempre di più lesue risorse umane con la grande fuga all’estero dei giovani. Nel solo triennio 2020/2023 inItalia i residenti sono diminuiti di circa 650 mila unità, ma nello stesso periodo i giovaniconnazionali che hanno scelto di vivere all’estero sono notevolmente aumentati. Ognimese migliaia di ragazzi decidono di lasciare l’Italia per andare all’estero a studiare oppurea lavorare, e nel Sud l’incidenza è doppia rispetto alle regioni dell’Italia settentrionale. Lamaggior parte dei “migranti italiani” appartengono alla fascia di età tra i 18 e i 34 anni esono, quasi sempre, i più formati e preparati, con i migliori di titoli di studio e ottimecompetenze per entrare nel mondo del lavoro. Quel lavoro che non trovano in Italia,con una giusta retribuzione. Ad oggi, abbiamo oltre 6 milioni di connazionali che hannoscelto di andare a vivere in un altro Paese. D’altra parte lo svuotamento dell’Italia è moltomarcato dal punto di vista generazionale. Secondo un’indagine realizzata su un campionemolto vasto di giovani “under 30”, il 35% degli intervistati si dice pronto a lasciare l’Italiaalla ricerca di opportunità lavorative e di migliori retribuzioni. Alla perdita di risorse umane,bisogna aggiungere lo spreco di risorse finanziarie dello Stato italiano che ha investito
nella formazione dei giovani, poi emigrati. Il ciclo di istruzione completo di ogni laureato,fino al giorno nel quale poi decide di lasciare l’Italia, costa oltre centomila euro. Soldi chedi fatto sono serviti a trasferire ricchezza, umana e finanziaria, in un’altra nazione.Ma da cosa nasce la grande fuga dei giovani? Perché l’Italia, che pure vanta un livello diqualità della vita molto alto, anche per irripetibili fattori ambientali, è diventata un Paese danuova emigrazione? Le risposte a queste domande partono dal disagio giovanile rispetto aqualsiasi progetto vita, i cui perni sono sempre, oggi come ieri, il lavoro e la relativaretribuzione. A fronte delle parole, spesso retoriche, come merito, competenze,professionalità, in Italia il lavoro, che non sia precario e ridotto a “lavoretto”, si trova ancoraattraverso le reti lunghe di relazioni, rapporti, conoscenze familiari e amicali. Tutto tranne ilmerito. Sono tante le storie di giovani mortificati in Italia con proposte di lavoroindecenti, per ritmi e retribuzione, a fronte di opportunità all’estero molto più trasparenti eaccattivanti. Da vent’anni gli stipendi in Italia sono decisamente più bassi rispetto allamedia di tutte le Nazioni occidentali e negli ultimi 5 anni il potere di acquisto è diminuitodell’8%. L’esempio classico è quello dei medici: nei nostri ospedali dobbiamoimportare medici da Cuba o dai paesi africani, mentre i nostri giovani dottori, preparati eformati, vanno all’estero, dove guadagnano molto meglio e non vengono aggrediti daifamiliari dei pazienti per una terapia non andata a buon fine. A fronte di retribuzioniappiattite o in discesa, è in costante aumento il costo della vita. E anche in questo caso ilprezzo più alto lo pagano i giovani. Loro devono fare i conti, quando si spostano in unaqualsiasi Regione per studiare o lavorare, con affitti che, in città come Milano, si traduconoin una spesa di circa mille euro al mese, e con la totale impossibilità di acquistare unacasa attraverso un mutuo coperto da una parte dello stipendio. E dire che formare i nostrilaureati ci costa centinaia di migliaia di euro: soldi che di fatto vengono sprecati, dal puntodi vista del sistema Paese, visto che poi i giovani laureati vanno a lavorare altrove,lasciando un vuoto nella forza lavoro locale.Sia ben chiaro, il problema della “fuga dei cervelli” non è nato oggi né è colpa soltanto dichi oggi ci governa, perché è irrisolto da anni. Ma è altrettanto vero che negli ultimi anniesso si è acuito, raggiungendo numeri mai visti prima. E’ parimenti vero il fatto che chidovrebbe, e potrebbe, realizzare oggi concrete iniziative per scongiurare o ridurre (se nonaddirittura eliminare) il pericolo che i giovani vadano a trovare all’estero, lo ha fattodavvero poco, comunque in misura insufficiente, come dicono i numeri.Vero è che l’Istat ha certificato di recente una diminuzione della disoccupazione ed unconseguente numero degli occupati nell’ultimo anno; se, però, i dati vengono analizzatinella loro interezza, si nota che sono aumentati soprattutto gli occupati “over 50” ma nonsono allo stesso modo aumentati i posti di lavoro per i giovani, nella fascia di età tra i 25 ei 34 anni. Inoltre, i lavoratori anziani sono aumentati anche perché si va sempre più tardi inpensione. Come può un Paese pensare di crescere e di realizzare le sue fortune sugli“anziani” che lavorano mentre tanti giovani vanno a lavorare altrove? Servirebbe una nettainversione di tendenza: più giovani che lavorano, più anziani in pensione. Ne sarebberofelici tutti, evidentemente, ma soprattutto, sarebbe utile all’economia ed al futuro dellaNazione, per tutta una serie di motivi.I giovani, nella stragrande maggioranza dei casi, a differenza dei sessantenni:a) sanno certamente utilizzare molto meglio la tecnologia e il computer;b) hanno maggiore lucidità e migliore capacità di apprendimento;c) hanno una salute psico – fisica migliore, che garantirebbe meno assenze dal posto dilavoro e maggiore produttività.In buona sostanza, dare un posto di lavoro ai giovani costituisce un vero e proprioinvestimento per il futuro di un Paese, mentre trattenere anziani ancora sul luogo dilavoro dopo i 65 anni può essere, in certi casi, addirittura controproducente.
Tanto per fare un esempio, in Spagna, a differenza del nostro Paese: c’è una migliorequalità della vita, servizi e trasporti più efficienti e puntuali, un livello di delinquenzanotevolmente inferiore, una burocrazia molto meno complicata, maggiore rispetto per ilverde pubblico, un grande senso civico (tutti pagano il biglietto dei mezzi pubblici,altrimenti l’autista ti fa scendere), una maggiore sensazione di sicurezza (anche graziealla presenza massiccia di Polizia in giro), un livello tecnologico elevato nella PubblicaAmministrazione, la scuola pubblica è molto efficiente, utilizzano e ottimizzano i fondierogati dall’Unione europea, sfruttano al massimo il turismo (pur senza possedere tutte lebellezze storiche nostrane), non c’è il livello di evasione fiscale che distrugge il nostroPaese (anche perché quasi tutti pagano con la carta, non in contanti), la pressione fiscaleè inferiore rispetto alla nostra, la tassazione è semplificata ed esiste il salario minimogarantito (tanto vituperato dalle nostre parti) che supera i 1.200 euro mensili.Questo è il paragone con la Spagna, che non è certamente la locomotiva economica delVecchio Continente, figuriamoci con i Paesi anglosassoni, nei quali il reddito pro capite ènotevolmente superiore al nostro. Non dimentichiamo che la Spagna è una democraziamolto giovane, in quanto la sua Costituzione è stata ratificata nel 1978, tre anni dopo lafine della dittatura di Francisco Franco, mentre noi siamo “costituiti” dal 1948.Ogni tanto dovremmo prendere esempio (su alcune cose) dai nostri partner europei chestanno facendo meglio di noi in ambito socio – economico; imitare le cose fatte bene daaltri non è una vergogna né uno scandalo