Violenza, ipocrisia e guerre ibride: l’illusione della guerriglia urbana
di Raffaele Bonanni.
La democrazia non si misura dal numero dei cassonetti incendiati. Né dai treni fermati e dalle città paralizzate. Eppure, da Parigi a Milano, da Torino a Roma, c’è chi spaccia la guerriglia per coscienza civile. Le vetrine sfondate diventano indignazione, gli assalti agli agenti resistenza, i disagi inflitti ai cittadini coraggio. È un rovesciamento della realtà: comprendere le ragioni della protesta non significa assolverne ogni metodo.
Il danno maggiore lo subiscono proprio i giovani. Studenti che chiedono una scuola migliore, un futuro meno incerto, pace e giustizia finiscono dietro le quinte, mentre gli incappucciati dettano tempi e bersagli. Parlano di libertà e intimidiscono. Invocano la pace e cercano lo scontro. Difendono i diritti e calpestano quelli altrui. Non rappresentano una generazione: ne confiscano la voce.
Sarebbe però altrettanto sbagliato liquidare quelle piazze come un capriccio. Le ragioni del malessere esistono: salari insufficienti, accesso difficile alla casa, servizi pubblici in affanno, paura della guerra, sfiducia nella politica. Chi ha conosciuto la giovinezza sa che l’impazienza può essere una forza straordinaria. Senza ragazzi inquieti una società invecchia. Ma proprio per questo non può abbandonarli ai professionisti della provocazione.
C’è un’ipocrisia adulta che pesa quanto le pietre lanciate. Troppi applaudono il tumulto da una comoda distanza, salvo scomparire quando occorre educare alla partecipazione, costruire associazioni, insegnare il confronto e la responsabilità. Il lavoro paziente non è virale. Un autobus incendiato sì. Così la rinuncia a guidare diventa, per magia, solidarietà con i giovani.
E oggi abbiamo un dovere morale in più: non essere ingenui. Rispetto al passato, il conflitto sociale si svolge in un’Europa attraversata da guerre ibride, campagne di disinformazione e tentativi di interferenza straniera. Il caos nelle nostre città può servire a chi vuole indebolire le istituzioni, dividere le società europee, screditare la democrazia. Blocchi dei trasporti, manifestazioni esasperate e violenze organizzate possono essere sfruttati, amplificati o infiltrati da interessi che con le rivendicazioni degli studenti non hanno nulla a che vedere.
Non vuol dire che ogni corteo abbia una regia estera. Sarebbe un’accusa irresponsabile, oltre che un regalo a chi vuole delegittimare il dissenso. Significa riconoscere che il rischio esiste e che ignorarlo per quieto vivere sarebbe una colpa politica. Tocca alle autorità verificare fatti, collegamenti e finanziamenti, distinguendo sospetti da prove. La politica non faccia della sicurezza un tabù.
La stessa chiarezza serve sul ruolo dello Stato. Manifestare è un diritto, impedire sistematicamente agli altri di lavorare, studiare o muoversi non può diventare un lasciapassare illimitato. Le forze dell’ordine devono agire secondo legge, con necessità e proporzione; ogni abuso va accertato e punito. Ma trasformare preventivamente ogni agente in un colpevole significa disarmare moralmente chi deve proteggere anche i manifestanti pacifici.
Due tentazioni minacciano la convivenza: romanticizzare la violenza in nome delle cause giuste e invocare, in risposta, un ordine insofferente delle libertà. Entrambe impoveriscono la democrazia. Nel mezzo c’è una maggioranza che non vuole essere ostaggio. Non ha bisogno di prediche, ma di rappresentanza, risposte concrete e regole rispettate.
La politica torni dunque dove si formano le coscienze: scuole, università, luoghi di lavoro, quartieri. Dia spazio ai giovani senza consegnarli agli incappucciati. Difenda il dissenso senza celebrare i sabotaggi. E soprattutto abbia il coraggio di vedere il mondo com’è: in un tempo di rivalità internazionali, persino le nostre fratture interne possono diventare un’arma nelle mani di altri. Non è prudenza: è difesa di questa sovranità. La democrazia non si salva né con le barricate né con la paura. Si salva con libertà, responsabilità e lucidità.





