di Vincenzo Piscopo- Lo scorso 26 settembre il capo del governo israeliano, Benjamin Netanyahu, si è recato a New York per intervenire all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Nei giorni precedenti, il Sindaco di New York, Zohran Mamdami, aveva denunciato il genocidio dei palestinesi e chiesto che venisse rispettato il mandato d’arresto della CPI (Corte penale internazionale) nei confronti del leader sionista. Netanyahu ha accusato Mamdami (non si sa sulla base di quali elementi) di sostenere Hamas e di incitare alla violenza contro gli ebrei. Ma un attacco al sindaco non cancella le accuse che riguardano il premier israeliano, né la devastazione inflitta a Gaza. Netanyahu, davanti ad una platea semivuota in segno di protesta contro il suo governo, ha difeso quelli che definisce gli «eroici soldati» israeliani ed ha attaccato i leader mondiali che abbandonavano l’assemblea, definendoli codardi. Non ha ovviamente raccontato quello che avviene a Gaza da tre anni: i palestinesi uccisi, le famiglie annientate, i bambini rimasti senza genitori, gli ospedali colpiti, i quartieri ridotti in macerie e le persone costrette a fuggire più volte senza trovare un luogo sicuro. Ha invece definito “una grande bugia” il massacro della popolazione palestinese: quando si dice un mondo al contrario.
La vita dei civili palestinesi non può essere relegata sullo sfondo mentre il premier celebra le proprie forze armate e attacca chi chiede giustizia. Mamdani ha definito Netanyahu un criminale di guerra e lo ha indicato come responsabile del genocidio dei palestinesi. Aveva dichiarato che, una volta arrivato a New York, avrebbe voluto dare esecuzione al mandato della Corte penale internazionale. Ma purtroppo un sindaco non dispone dell’autorità necessaria per eseguire autonomamente quel provvedimento; questo non ha modificato la questione sollevata: Netanyahu è destinatario di un mandato d’arresto internazionale e Mamdani chiede che non venga ignorato. Quel mandato esiste dal 21 novembre 2024. La Corte penale internazionale lo ha emesso nei confronti di Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Tra le condotte contestate figurano l’uso della fame come metodo di guerra, l’omicidio, la persecuzione e altri atti disumani. Non sono accuse inventate dal sindaco di New York: sono contenute in un provvedimento giudiziario internazionale. Mamdani usa la parola genocidio per denunciare ciò che è accaduto e sta accadendo da 3 anni a Gaza. La stessa parola è al centro del procedimento avviato dal Sudafrica contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia. I giudici hanno ordinato misure provvisorie per proteggere la popolazione palestinese dagli atti vietati dalla Convenzione sul genocidio e per garantire l’accesso agli aiuti umanitari. Il procedimento riguarda la responsabilità dello Stato israeliano ed è distinto dal caso penale contro Netanyahu. La realtà di Gaza è scritta nelle vite spezzate, nelle case distrutte, nelle scuole trasformate in rifugi e nei reparti ospedalieri che hanno dovuto curare i feriti in condizioni disperate. È scritta nei racconti dei genitori che cercano i figli sotto le macerie e dei bambini che hanno conosciuto la fame, la paura e lo sfollamento. Parlare di genocidio significa anche impedire che questa sofferenza venga nascosta dietro formule militari e discorsi pronunciati lontano dalla Striscia. È su questa realtà che Netanyahu deve essere chiamato a rispondere politicamente, mentre la giustizia internazionale svolge il proprio lavoro. La protezione dei civili, il divieto di usare la fame come metodo di guerra e l’obbligo di consentire l’assistenza umanitaria non sono concessioni che un governo può accordare o negare a propria discrezione. Sono obblighi del diritto internazionale. La sicurezza di una popolazione non può essere perseguita cancellando i diritti fondamentali di un’altra. Denunciare il genocidio dei palestinesi non equivale a incitare alla violenza contro gli ebrei. Sono affermazioni differenti, che non possono essere sovrapposte soltanto perché il premier israeliano le presenta come se fossero la stessa cosa.
Gli ebrei in ogni parte del mondo hanno diritto alla sicurezza e alla protezione da ogni forma di antisemitismo. I palestinesi hanno diritto alla vita, alla sicurezza, alla giustizia e soprattutto al riconoscimento dello Stato di Palestina. Nessuno di questi diritti cancella l’altro. Mamdani ha espresso pubblicamente la propria posizione sul genocidio a Gaza e sul mandato d’arresto, chiedendo semplicemente di rispettare un provvedimento giudiziario e denunciando pubblicamente le enormi sofferenze inflitte alla popolazione palestinese da parte del governo sionista, estremista, di destra. Il premier israeliano ha avuto il palco delle Nazioni Unite per esporre la propria versione degli eventi. Quel palco, però, non ha cancellato il mandato d’arresto, non ha sostituito i procedimenti internazionali e soprattutto non potrà mai restituire la vita ai palestinesi uccisi. La verità su Gaza deve comprendere anche le testimonianze delle vittime, i racconti degli operatori umanitari, le prove raccolte e le conseguenze delle operazioni militari sulla popolazione civile. I palestinesi, come ogni popolazione del pianeta, hanno diritto alla vita, alla giustizia, alla libertà.
Molte nazioni europee hanno riconosciuto lo Stato di Palestina e attaccato duramente lo sterminio della popolazione palestinese ad opera dei soldati di IDF. L’Italia, purtroppo, è ancora silente da questo punto di vista. Il nostro governo (come dichiarato da alcuni suoi leader) non intende per ora riconoscere lo Stato di Palestina e non ha mai preso una posizione analoga ad altri Paesi europei contro il governo sionista, i cui leader sono stati più volte ospitati nel nostro Paese. Va aggiunto che il nostro attuale governo non è mai stato favorevole a sanzioni economiche contro il governo sionista ma ha semplicemente proposto sanzioni personali contro i coloni “violenti”, la cui efficacia appare dubbia.
Alla luce di quello che accade ormai da anni in Palestina ed in Cisgiordania sarebbe davvero ora di cambiare registro.
Vincenzo Piscopo
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