CONSIDERAZIONI SUL DDL ANTISEMITISMO

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di Vincenzo Piscopo
Il nostro Paese vive un periodo estremamente difficile per una serie di problemi che attanagliano famiglie e imprese: il carovita, l’aumento delle bollette energetiche, i prezzi alle stelle dei carburanti, la diminuzione del potere d’acquisto di stipendi e pensioni, la disoccupazione giovanile. Eppure il governo ha impegnato per mesi i lavori del parlamento per affrontare ben altri problemi: la legge elettorale, il divieto di burqa a scuola, l’approvazione (non ancora definitiva) del DDL antisemitismo.
Il disegno di legge sull’antisemitismo appare l’ennesima manifestazione di scollamento da parte dell’esecutivo rispetto alla realtà fattuale ed alle sofferenze di larga parte dei cittadini in questo momento. Questo provvedimento normativo consentirebbe, tra l’altro, il diniego o la limitazione di riunioni e manifestazioni pubbliche qualora sussista il rischio concreto di slogan o simboli antisemiti.
Da queste pagine si intende assolutamente affermare che è evidente la condanna di qualsiasi forma di odio o intolleranza verso gli ebrei ma non si può giustificare la limitazione alla libertà di critica verso il governo sionista, soprattutto alla luce di quello che accade a Gaza e in Cisgiordania da anni.
Giova ricordare che Moni Ovadia e Gad Lerner, due famosi intellettuali e giornalisti italiani di origine ebraica, da anni esprimono aspre critiche contro le politiche del governo israeliano, in particolare riguardo alla gestione del conflitto a Gaza e alla linea politica del Primo Ministro Benjamin Netanyahu
Nel 2021 un gruppo di studiosi di Olocausto ed ebraismo pubblicò un documento, la cosiddetta “Dichiarazione di Gerusalemme”, in cui l’antisemitismo viene definito così: “L’antisemitismo è discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei””. Di fondamentale importanza appaiono le linee guida di quella “Dichiarazione” dove ci sono alcuni esempi di ciò che non può essere considerato antisemitismo. Tra le altre cose, c’è il “”criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo””, “”la critica, basata sull’evidenza, di Israele come Stato””, con specifico riferimento all’operato di Israele in Cisgiordania e Gaza. Inoltre, secondo la “Dichiarazione”, “”non è antisemita paragonare Israele ad altri esempi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid””, né lo è boicottare o sanzionare Israele.
Allora le domande che nascono sono molteplici: se un soldato dell’IDF spara alla testa di un bambino palestinese indifeso e io condanno quell’azione posso essere definito antisemita? Se provo rabbia, disgusto e se maledico chi ha premuto il grilletto, chi gli ha dato l’arma, chi gli ha impartito gli ordini e chi, politicamente, rende possibile tutto questo, sono antisemita? Se critico il governo israeliano, critico l’operato dell’IDF e pretendo che chi uccide un bambino risponda delle proprie azioni, sono antisemita?
Allora quei ministri sionisti che dicono da anni che bisogna uccidere i bambini palestinesi prima che diventino adolescenti, cosa sono? Le parole non possono avere due pesi e due misure. Condannare un crimine non significa odiare un popolo. Criticare un governo non significa odiare una religione. Condannare un soldato non significa condannare un’etnia. E soprattutto: un bambino palestinese non vale meno di un bambino israeliano. Un bambino non ha una divisa, non ha un governo, non ha un esercito, non ha colpe da espiare. Ha soltanto una vita. E quando quella vita viene spezzata, la prima cosa che dovremmo fare non è cercare un’etichetta per chi protesta.
L’idea che qualcuno possa uccidere un bambino e pretendere che il mondo rimanga in silenzio, quella sì che va condannata. Difendere la vita di un bambino non significa essere antisemita, ma significa essere giusti. Questo principio non ha una bandiera, una religione o un confine. Vale per il bambino palestinese come per quello israeliano. Vale per il bambino ucraino come per quello russo. Vale per ogni bambino, per ogni civile, per ogni essere umano indifeso. Vale per tutti coloro che diventano vittime di chi sceglie la guerra, la violenza e la disumanizzazione per interessi di potere, di controllo o di profitto. Davanti a un bambino che muore non dovremmo chiederci da che parte proviene, in quale divinità crede. Dovremmo soltanto chiederci: come possiamo permettere che accada?
Per poterci ancora definire esseri umani non abbiamo bisogno di sapere in quale parte del mondo è nato un bambino o di che colore è la sua pelle, dobbiamo solo e soltanto indignarci per la sua morte.

VINCENZO PISCOPO