di VINCENZO PISCOPO
Il processo di unificazione europea si trova in una situazione estremamente complicata.
Da una parte, nei quasi settant’anni di processo integrativo, sono stati ottenuti grandiosi risultati. La pacificazione dell’Europa dopo secoli di guerre (le due ultime delle quali ci hanno portato sull’orlo della fine della civiltà europea) ha determinato un progresso economico-sociale che ha fatto dell’Europa la regione più avanzata del mondo. L’unificazione europea ha garantito, inoltre, la diffusione nel mondo intero del sistema democratico e i diritti di libertà e di solidarietà sociale.
Dall’altra parte, però, l’unificazione europea è un’opera incompiuta perché non è arrivata a realizzare la federazione europea che in origine era indicata come il suo indispensabile traguardo. Oggi l’Europa si trova di fronte ad una drastica alternativa: o un rapido e sostanziale avanzamento verso un’Unione politica federale (il che significa un governo efficace e una politica estera, di sicurezza e di difesa veramente unitaria) o altrimenti una fatale decadenza del progetto.
Due tra i problemi più gravi del processo di unificazione sono la solidarietà e la sicurezza.
Circa il primo punto, gli squilibri economico-sociali fra gli stati membri dell’UE sono cresciuti a un tale grado da mettere in serio pericolo la sopravvivenza dell’unione economica e monetaria.
Per quanto riguarda la sicurezza, vanno anzitutto sottolineate le minacce provenienti dal quadro globale che si possono schematizzare in tre punti:
• la globalizzazione, che ha prodotto un grande sviluppo complessivo, ma anche le gravi contraddizioni rappresentate dalla povertà, dai divari di sviluppo, da sempre più gravi crisi economiche e finanziarie, dal ritorno del protezionismo e dalle migrazioni bibliche;
• il crescente disordine internazionale, con la ripresa della corsa agli armamenti, anche nucleari, il dilagare delle guerre in alcune regioni, il terrorismo internazionale;
• la minaccia ecologica, in particolare il riscaldamento climatico che, in mancanza di scelte urgenti e drastiche in direzione di un modo di vivere ecologicamente sostenibile, apre prospettive catastrofiche per l’umanità.
Va poi ricordata la situazione esplosiva del Medio Oriente e dell’Africa che produce, oltre al dilagare delle guerre, spaventosi fenomeni di migrazioni di massa. Per rispondere alle minacce di origine globale e a quelle emergenti dai confini dell’UE, sarebbe necessario completare l’unificazione dell’UE in ambito di politica estera, di sicurezza e di difesa europea. Diventando una potenza capace di agire efficacemente sul piano internazionale, l’Europa potrebbe fornire un contributo determinante alle riforme democratiche. Se fosse attribuito all’UE un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’ONU si potrebbe aprire la strada ad un ordine internazionale più giusto, più pacifico e più orientato verso la sostenibilità ecologica. Non va dimenticato che la costruzione della pace nel mondo era indicata fin dagli inizi come la missione fondamentale caratterizzante il ruolo internazionale della unità europea, e proprio la sua nascita è stata un grandioso processo di pacificazione, derivato da una esperienza di conflittualità che ha condotto l’Europa sull’orlo dell’autodistruzione.
L’UE, nonostante l’incompleta unificazione, ha sempre avuto un ruolo fondamentale per quanto riguarda l’aiuto alimentare, le missioni di pace, il perseguimento dei diritti umani e gli accordi diretti a contrastare il riscaldamento globale. Accordi, questi ultimi, totalmente disattesi dall’Amministrazione Trump. Sembra evidente che questa vocazione strutturale dell’Europa potrà manifestarsi in modo più efficace se alla sua potenza economica si sommeranno una politica estera, di sicurezza e di difesa unica.
Il consistente e durevole flusso migratorio verso l’Europa è un dato oggettivo e collegato, da una parte, con la globalizzazione e, dall’altra parte con l’invecchiamento della popolazione del nostro Continente, che ha un bisogno vitale di migranti per sostenere la sua vitalità economica. Ciò detto, la drammatica emergenza che si è prodotta negli ultimi anni è rappresentata dal fatto che le dimensioni del flusso migratorio sono diventate quasi insostenibili. Ciò è legato essenzialmente alla perenne instabilità del Medio Oriente e dell’Africa, a cui si aggiunge un ulteriore fattore destinato a incrementare in modo drammatico l’ondata migratoria verso l’UE. Si tratta dello sviluppo demografico dell’Africa, che oggi ha una popolazione che supera il miliardo e mezzo di individui e che, secondo l’ONU, nel 2050 saranno raddoppiati. Si tratta di un numero troppo grande rispetto alla capacità di sviluppo di quel Continente in mancanza di un grandioso piano di aiuti allo sviluppo da parte dei paesi più ricchi e avanzati. A questo fattore si aggiungono numerose guerre locali e le conseguenze dei cambiamenti climatici in termini di desertificazione e carenza di acqua e produzione alimentare, che potrebbero provocare, nel tempo, l’emigrazione di centinaia di milioni di persone.
Va detto che la situazione di miseria che ha messo in ginocchio le economie africane da cui fuggono i cosiddetti migranti “economici”, può essere considerata, in parte, responsabilità storica delle economie occidentali al pari di quella dovuta a guerre e conflitti, nonché al cambiamento climatico.
Il notevole flusso migratorio verso l’Europa produce situazioni estremamente preoccupanti per il nostro Continente. L’incapacità di affrontare in modo adeguato il flusso migratorio sta provocando un pericolosissimo riemergere di contrapposizioni nazionalistiche, tensioni sociali dovute all’innesto nelle comunità di nuova popolazione, reazione nei confronti degli immigrati, che alimenta la forza elettorale di movimenti politici xenofobi e populistici.
Servirebbe cercare di risolvere i problemi che spingono alla fuga in massa e caotica dalle regioni di provenienza degli emigranti. Si tratta chiaramente, da parte dei Paesi più avanzati (e quindi anche dell’Europa), di impegnarsi a fondo per superare le ingiustizie clamorose di una globalizzazione economica che produce enormi squilibri. E si tratta altresì di affrontare con determinazione l’instabilità cronica di intere regioni (Medio Oriente e Africa) e il degrado ecologico che spingono immense masse di esseri umani disperati ad abbandonare le loro terre per una esigenza elementare di sopravvivenza.
Ai problemi della solidarietà all’interno dell’UE, della sicurezza e dell’emigrazione si deve aggiungere quello proveniente dalla crescente disaffezione dei cittadini europei nei confronti dell’unificazione europea, che si è manifestata nel modo più generale e rilevante nell’avanzata delle tendenze nazionalpopulistiche, le quali, invece che al completamento dell’unificazione europea, mirano alle chiusure nazionali e a un distruttivo sovranismo.
Questa Europa ha determinato l’esplodere di “sovranismi” localistici anti europei che, nella loro contrapposizione alla “Europa dei burocrati”, sostengono il ritorno a perdute “sovranità nazionali”.
Il sovranismo è l’opposizione al trasferimento di poteri e competenze dallo Stato nazionale a un livello superiore, sovranazionale o internazionale, che viene visto come un fattore di indebolimento della propria identità nazionale o come attentato ai principi della democrazia e della sovranità popolare. ll sovranismo, quindi, è una dottrina politica che vuole preservare la sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in contrapposizione alle politiche delle organizzazioni internazionali e sovranazionali.
Nell’ambito delle relazioni estere con l’Unione Europea, il sovranismo può tradursi in posizioni di isolazionismo politico-militare e di protezionismo economico.
Le “crisi multiple” che si sono susseguite dal 2008 a oggi (finanziaria, economica e migratoria) hanno mostrato tutti i limiti dell’Unione Europea, alimentando una crisi di fiducia nei suoi confronti. Questo perché le procedure decisionali appaiono spesso lontane e poco democratiche e non danno risposte visibili ai problemi dei cittadini.
Le forze politiche euroscettiche contestano alle istituzioni europee che le riforme ed i tagli di bilancio, imposti ai Paesi membri in difficoltà come condizione per ottenere gli aiuti finanziari, comportano sacrifici ingiusti per le popolazioni e non per i governi o i governanti che hanno commesso errori. La recriminazione per il modo in cui si sta consolidando l’Unione Europea è uno dei principali argomenti a sostegno delle tesi degli euroscettici. In alcuni Paesi gli effetti della crisi economica hanno esacerbato la popolazione e favorito l’ascesa di forze politiche populiste o estremiste, spesso contrarie al processo di integrazione europea.
Questo fenomeno (sovranismo/antieuropeismo/nazionalismo) è chiaramente legato all’incompletezza dell’unificazione europea ed all’incapacità dell’UE di affrontare in modo efficace i problemi più acutamente sentiti dai cittadini, sotto il profilo della sicurezza economica, sociale, ecologica, internazionale, governo dell’emigrazione, terrorismo.
Tuttavia, se per un verso il processo di integrazione europea può avere delle responsabilità sull’aggravamento delle conseguenze provocate dalle crisi economiche alle popolazioni di alcuni Stati membri, per l’altro verso occorre considerare la protezione implicita che l’appartenenza alla zona Euro ha conferito e conferisce ai paesi aderenti, oltre agli aiuti economici che l’Europa elargisce alle regioni sottosviluppate nell’ambito dei programmi di coesione territoriale. E’ quanto accaduto qualche anno fa a Grecia, Irlanda e Portogallo, dove lo stato di insolvenza è stato evitato solo grazie all’intervento dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, che hanno finanziato con ingenti prestiti i piani di salvataggio predisposti dai governi nazionali. L’Europa, a causa dell’ondata sovranista ed euroscettica, rischia di diventare “facile preda” delle potenze mondiali: USA, Russia e Cina. Il vecchio Continente, nel suo insieme, è la Regione più ricca del pianeta, ma anche la più fragile, perché è frantumata al suo interno.
In questo contesto, già di per sé assai critico, si inquadra anche la recente polemica legata al ripristino di dazi. È infatti salita la tensione tra Stati Uniti ed Unione europea, in quanto Trump ha imposto dazi su una serie numerosa di prodotti importati dall’Europa. Ma la guerra commerciale potrebbe essere un disastro per tutti. Il rischio per l’economia dell’UE è una perdita di diversi miliardi di euro e di migliaia di posti di lavoro in tutto il Continente. Una guerra commerciale, stando alle dichiarazioni degli analisti, non converrebbe a nessuno. Identico atteggiamento Trump ha intrapreso nei confronti della Cina, con la decisione statunitense di aumentare i dazi sui prodotti cinesi. Una guerra commerciale tra i due colossi mondiali, come si sta profilando, avrebbe gravi conseguenze sulla economia mondiale, compreso quella europea. Eppure, la storia insegna che il protezionismo è sempre rischioso, se non deleterio, e la guerra dei dazi rischierebbe, per la stessa economia statunitense, di fare più danni dell’invasione dei prodotti cinesi.
In conclusione, oggi amare l’Europa vuol dire cambiarla: l’Unione Europea ha tanto da insegnare al resto del mondo. Se si vuole evitare il collasso dell’unificazione europea, l’unica risposta adeguata alle sfide esistenziali con cui si confronta l’UE è un rapido e decisivo avanzamento verso l’unione politica federale, che preveda un vero governo europeo, un sistema di difesa comune e un numero ristretto di ministri, dotato di poteri reali sia in politica interna che in politica estera.






