

di Raffaele Bonanni- Le democrazie non muoiono più sotto i cingoli dei carri armati. Muoiono lentamente, erose dalla propaganda, dalla dipendenza economica, dalla manipolazione dell’informazione, dalla colonizzazione tecnologica e dalla progressiva infiltrazione dei centri nei quali si forma il consenso. È una guerra silenziosa, combattuta senza dichiarazioni ufficiali, nella quale gli strumenti sono gli algoritmi, gli hacker, le piattaforme digitali, il controllo delle materie prime, la finanza, la corruzione e la costruzione di reti di influenza.
È dentro questo scenario che va letta la proposta sullo Scudo democratico, promossa da Carlo Calenda e Pina Picierno raccogliendo l’indicazione della Commissione europea. Sarebbe un errore ridurla a un’iniziativa di parte. La vera questione è un’altra: una democrazia ha il diritto e il dovere di difendersi da chi vuole svuotarla senza sparare un colpo?
Sorprende, semmai, il disagio con cui il tema viene accolto. Non perché manchino le prove delle interferenze delle autocrazie nelle società occidentali. Al contrario. Dalle campagne di disinformazione agli attacchi informatici, dai finanziamenti opachi all’acquisizione di infrastrutture strategiche, fino all’uso politico della dipendenza energetica, gli strumenti sono ormai noti. Ciò che manca è la volontà politica di trarne le conseguenze.
Il bipolarismo italiano appare prigioniero delle proprie convenienze. Entrambi gli schieramenti convivono con presenze, culture politiche o relazioni internazionali che, nella migliore delle ipotesi, alimentano ambiguità; nella peggiore, finiscono per offrire sponde a interessi estranei a quelli dell’Italia e dell’Europa. Nessuno vuole mettere realmente in discussione alleanze che garantiscono voti, rappresentanza e qualche equilibrio parlamentare. Così la prudenza diventa immobilismo e l’equidistanza si trasforma in rinuncia.
Ma la libertà di una nazione non è negoziabile. Non lo è quando sono in gioco le reti energetiche, le infrastrutture digitali, la ricerca scientifica, i grandi gruppi industriali, l’informazione o la sicurezza dei dati. La sovranità del XXI secolo non coincide più soltanto con i confini geografici. Si misura nella capacità di decidere senza ricatti economici, tecnologici o geopolitici.
Per questa ragione la risposta non può essere affidata esclusivamente ai governi. È una responsabilità che interpella l’intera società. I sindacati, le associazioni imprenditoriali, il mondo delle professioni, dell’università e dell’informazione non possono continuare a considerare questi temi materia per specialisti. In questi anni anche scelte compiute in buona fede hanno contribuito ad accrescere dipendenze che oggi presentano un conto pesantissimo. Dalle politiche energetiche alla cessione di asset strategici, dalla subordinazione tecnologica alla fragilità delle filiere industriali, troppe decisioni hanno finito per indebolire l’autonomia nazionale e la coesione sociale.
Occorre una nuova cultura della responsabilità democratica. Una cultura capace di distinguere il confronto politico dalla difesa degli interessi permanenti della Repubblica. Esistono valori e obiettivi che dovrebbero unire maggioranza e opposizione: la sicurezza delle istituzioni, l’indipendenza economica, la trasparenza dei finanziamenti, la libertà dell’informazione, la tutela delle infrastrutture strategiche, la collocazione europea e atlantica dell’Italia. Su questi terreni non dovrebbero esistere zone grigie.
L’Europa è chiamata allo stesso salto di qualità. Non sarà autorevole se resterà dipendente dall’energia altrui, dalla tecnologia altrui, dalla difesa altrui e perfino dalle piattaforme digitali costruite da altri. L’autonomia strategica non è uno slogan: è la condizione per difendere il modello europeo di libertà, democrazia, economia sociale di mercato e Stato di diritto.
Lo Scudo democratico, allora, è molto più di una proposta legislativa. È una domanda rivolta alla coscienza nazionale: vogliamo continuare a discutere come se nulla fosse cambiato oppure riconoscere che la difesa della democrazia è diventata il primo dei beni comuni? Perché un Paese che non protegge la propria libertà finisce inevitabilmente per affidarne il destino agli interessi di altri. E la storia insegna che la sovranità perduta difficilmente viene restituita spontaneamente.
A mio avviso questa versione ha il tono di un editoriale di fondo: parte da una tesi, allarga lo sguardo alla dimensione storica e geopolitica, evita di apparire come un intervento a sostegno di una specifica forza politica e porta il lettore a una conclusione di carattere generale. È più vicina allo stile dei grandi editorialisti italiani che a un articolo




