(Giusy Cirillo) Il nostro tempo dominato dall’uso imperante della tecnologia, che ha rivoluzionato la quotidianità senza eguali nella storia dell’umanità e favorito un processo di vera “fagocitazione” del nostro “libero” pensiero, sta (essa) anche operando uno vero capovolgimento dell’essere uomo. All’ “homo faber fortunae suae” (“l’uomo è artefice/responsabile del proprio destino”), manifesto nel Quattrocento-Cinquecento della cultura Umanistico-Rinascimentale, che poneva l’uomo al centro dell’universo non solo conoscitivo, si è approdati all’Homo-Deus e Tecno-Umanesimo, considerati come ciò che può mettere in forse le certezze maturate nel corso dei secoli, alle quali si è giunti mettendo in campo un processo di evoluzione del pensiero umano, votato al raggiungimento anche di risultati importanti, attraverso un iter procedurale, fondato sulla lentezza, generatrice di risultati molto ben ponderati e di bellezza.
In questa sede, si vuole perciò, evidenziare l’essenzialità del concetto di “lentezza”, oggi seriamente minacciata da una vera, e forse non tanto “lucida”, frenesia davvero patologica da cui tutti siamo avviluppati senza neanche più accorgercene. Nel corso della Storia, Esso è stato sempre oggetto di attenzione costante, e per citarne solo alcuni, vedi l’imperatore Marco Aurelio che la definisce come: «La via per godere appieno della vita.» o il fondatore del Buddismo, Buddha, secondo cui «Essa è il segreto per vivere appieno ogni attimo.», ancora, il poeta e scrittore francese-ceco Milan Kundera, che la interpreta così: «Il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio».
Pertanto, viene preso in debita considerazione il testo intitolato “Elogio della lentezza”, pubblicato per il Mulino nel 2014 e scritto dal neuroscienziato Lamberto Maffei, già direttore dell’Istituto di Neuroscienze del CNR, del Laboratorio di Neurobiologia alla Scuola Normale Superiore di Pisa e presidente dell’Accademia dei Lincei (dal 2009 al 2015). Nei cinque capitoli di cui si compone il libro, Maffei affronta un viaggio affascinante e al tempo stesso impegnativo; ci accompagna in meandri complessi e nei meccanismi cerebrali labirintici di cui si compone il nostro cervello, la “macchina” meravigliosa evolutasi per millenni, testimoniando il trionfo della lentezza, facendoci comprendere come esso sia per sua costituzione lento e procede anche in questa modalità. L’Autore ci illumina anche sulle scoperte rivoluzionarie di scienziati e scrittori che hanno gettato le basi sulle strutture di ragionamento attuali ancora oggi, come per esempio ricorre alla nota frase di Einstein che pone in contraddizione la natura umana e quella tecnologica: «I computer sono incredibilmente veloci, accurati e stupidi. Gli uomini sono incredibilmente lenti, inaccurati e intelligenti». Lo stile e il linguaggio utilizzato sono improntati alla forma accademica, ma comunque comprensibili e indicano i vantaggi di un pensiero lento.
Oggigiorno, spesso, la lentezza viene associata alla perdita di tempo o ad una menomazione psico-fisica, allora dobbiamo riflettere: la lentezza è un atto rivoluzionario? Un bisogno fisiologico che investe tutta la nostra persona? Conviene sostituire l’immediatezza ottenuta dall’utilizzo della tecnologia con la durata di un ragionamento umano tradizionale?
In realtà, in essa si nasconde una ricchezza autentica, benché difficile da intercettare e custodire, in quanto proiettati a seguire il flusso per non restare indietro, ci affanniamo nel seguire, accettare, introiettare leggi del tutto e subito senza distinzioni.
Vivere rispettando la lentezza significa dare qualità e intensità alla propria esistenza, mentre non rispettandola è un profondo tradimento verso se stessi, la nostra assoluta unicità tradizionale, costituitasi nei millenni, composta dalla creatività (che i robot per quanto sofisticati non possono sostituire ed eguagliare), dal sentire, dall’emozionarsi.
Fonte della Foto: Il Mulino.




