Il prezzo dell’essere veri adoratori e autentici cristiani

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Lo scorso 5 febbraio , presso la Chiesa del Santissimo Sacramento della Congregazione delle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato, com’è ormai consuetudine, si è svolta una solenne celebrazione eucaristica, presieduta dal Vescovo Emerito S.E. Monsignor Vincenzo Pelvi, il quale , alla presenza della madre Generale, suor Carla Di Meo e dalla Dirigente Scolastica, suor Giocondina Ciervo, responsabile del gruppo degli Adoratori laici Di Gesù Sacramentato, trentennale associazione, di cui è presidente è la signora Annamaria Credendino, ha consacrato nuovi adoratori, che chiedevano di diventare tali, e che la Madre ha ascritto tra coloro che pregano e diffondono il culto di adorazione ed espiazione perpetue a Cristo Eucarestia. Nell’ambito della medesima cerimonia, i “vecchi” adoratori hanno riconfermato le loro promesse pronunciando quanto segue “Rinnovo il mio impegno apostolico a vivere l’ideale della riparazione eucaristica secondo il carisma di santa Maria Cristina Brando, promuovendone la conoscenza tra coloro che il Signore mi porrà accanto. Sosterrò con amore e generosità le iniziative spirituali e pastorali della Chiesa e della Congregazione, in special modo con la preghiera e le opere di carità”. Un impegno serio, quello assunto dai neo-adoratori così come da coloro che da anni seguono la strada della preghiera e del supporto concreto al prossimo; certo, la Chiesa del terzo millennio è una comunità che ha l’obbligo di andare incontro alle esigenze e ai bisogni dei più fragili, non ha senso alcuno rimanere ore in adorazione di un Cristo che ha dato la vita per la salvezza dei suoi fratelli e poi non riuscire ad imitarlo in nulla, rimanendo incapaci anche di elargire un sorriso a chi versa i suoi giorni nella sofferenze e nelle lacrime… troppo spesso si sciorinano rosari e giaculatorie, troppo frequentemente si organizzano turni di preghiera e, appunto, adorazione, cosa nobilissima ed encomiabile, ma se a tutto ciò non fa seguito un’azione concreta di carità, supporto e solidarietà all’altro, il bello e il buono che pure è l’essenza del rivolgere il proprio sguardo a Chi si fece crocifiggere per noi, a Colui che non esitò a compiere la volontà di Dio fino alla morte, il nostro agire resta privo di autentico valore sia umano e, soprattutto, spirituale. Si scivola nel compimento di riti che hanno il solo scopo di far bene (si spera) a sé stessi, ci si auto-referenzia, e non è certo questo che era negli intenti di santa Cristina Brando, né certamente lo è nello spirito degli adoratori, che si impegnano, appunto, a trasformare la loro preghiera, il loro accogliere Cristo nel proprio cuore nell’aprire quest’ultimo, incondizionatamente, ai bisogni degli altri. Non è poi da sottovalutare lo stato d’animo con cui ci si approccia all’adorazione: come sottolineava il Celebrante, non è necessario pronunciare chissà quali preghiere o quali parole altisonanti, anzi, ciò che più è fecondo in questo rapporto con Cristo Eucarestia è fare in modo che nel proprio animo trionfi il più totale silenzio, così che Egli possa parlare ed essere ascoltato, senza che lo sopraffacciano i nostri pensieri, le nostre preoccupazioni e, purtroppo, va detto, le nostre meccaniche preghiere. Ciascun adoratore, ma ogni cristiano possiamo dire, deve prendere atto di una bellissima verità: egli è amato da Dio, così come ha affermato Monsignor Pelvi nella sua omelia, allorché ha sottolineato che bisogna convincersi di quanto qui di seguito riportato: “Il Signore mi ha scelto prima della creazione del mondo stesso, mi ha chiamato, mi ha inviato e vuole che io sia sempre con Lui. Gesù non riesce a stare senza di me ed io Lo porto in me: il rapporto tra Cristo e i suoi fratelli è simile a quello di una madre con i propri figli…Nel profondo del cuore di ciascuno è impresso per sempre il volto della madre così come lo è quello di Cristo, un Cristo che non smette di essere vicino a ciascuno di noi, un Cristo amoroso, che ci dona una straordinaria energia spirituale. Sull’esempio dei discepoli e delle discepole (di cui si parla nei Vangeli paralleli), noi abbiamo il compito di procedere insieme, forti solo della Sua Parola, senza alcun altro supporto, alla volta dei fratelli. Ma perché ciò avvenga deve legarci a Lui un affetto specialissimo: in pratica dobbiamo innamorarci di Lui, rinunciare a noi stessi e portare la nostra croce come se questa non fosse un peso bensì un bastone, grazie al quale sarà possibile liberare la strada dal superfluo e spianare, per noi e per il prossimo, l’ingresso allo Spirito Santo. La croce sia per noi il sostegno nella stanchezza, nella solitudine, nello scoraggiamento: dev’essere questa la nostra forza, la forza di andare controcorrente, contestando il mondo dell’apparire, dell’accumulo, del denaro: per il tramite del nostro stile di vita alternativo testimonieremo l’esistenza di due mondi, uno dei quali è estremamente fallace, poiché fondato sui beni materiali, a differenza dell’altro, a cui ogni cristiano appartiene, vero ed eterno perché fondato su altri beni, quelli interiori, su quell’intimo fuoco d’amore e carità che è capace di contagiare coloro con cui veniamo a contatto, i quali, in virtù di quanto ci differenzia e ci contrappone al materialismo del mondo, potranno scoprire in noi una luce nuova, capace di illuminare un cammino diverso, alternativo, vero, spiritualmente autentico. Anche gli adoratori, come i consacrati e i cristiani tutti. sono chiamati a questo disvestirsi della mondanità, al fine di porsi al servizio di Dio, diventando immemori di ogni agio e di qualsivoglia ricchezza terrena. Perché ciò possa avvenire realmente, abbiamo l’obbligo di permettere a Cristo di agire liberamente in noi e, sebbene in ogni uomo esista tanta miseria, non deve esserci assolutamente spazio per lo scoraggiamento, perché le nostre fragilità sono un dono prezioso dinanzi a Dio! Dunque, quotidianamente, cercheremo il coraggio di non prendere nulla in prestito dall’effimero offerto dal mondo, ma ci alimenteremo solo di tutto ciò che viene da Cristo, parlando di Lui, con poche parole, parole che però bruceranno le labbra perché accese dal fuoco del vero amore, generato dalla consapevolezza che Egli è Colui che guarisce la vita, libera il mondo e che è con noi sempre, con amore infinito”. Le toccanti parole del Vescovo risuonano come un insegnamento ma, a parere della scrivente, soprattutto come un monito a cambiare vita, a mutare il modo di pensare e soprattutto a trasformare il proprio rapporto con la fede, affinché esso sia sempre più incarnazione reale dell’amore e dell’abnegazione e non si pieghi alle esigenze dei personali egoismi, diventando una farsa ipocrita e blasfema.
Margherita De Rosa