Basta scorrere le pagine dei social locali per rendersi conto di tutta la rabbia dei casavatoresi, perché, mentre le bollette della spazzatura non accennano a diminuire, l’innovazione ambientale promessa dall’amministrazione resta al palo. Anzi, peggio: resta spenta, accumulando un debito da oltre mezzo milione di euro che rischia di trasformarsi in un disastro contabile senza precedenti.
C’era una volta la promessa di una città “smart”, dove riciclare la plastica non sarebbe stato solo un dovere civico, ma un vantaggio economico. La ricetta era semplice: installare i cosiddetti “mangiaplastica” (tecnicamente ECOPRESS), macchinari ad alta tecnologia capaci di compattare i rifiuti e restituire al cittadino diligente un risparmio sulla TARI. Oggi, di quel progetto ambizioso restano solo monumenti al degrado.
Il vero scandalo non è solo estetico o funzionale, ma emerge dai documenti contabili dell’Area Ambiente. Nell’elenco ufficiale dei residui passivi brilla una cifra che toglie il fiato: 654.063,83 €. È quanto il Comune deve alla ditta Archimede S.r.l., la società fornitrice delle attrezzature.
Non si tratta di una cifra contestata, ma di un debito che l’amministrazione stessa definisce nelle sue carte “certo ed esigibile”. Eppure, quei soldi non sono stati ancora pagati. Il risultato? Mentre la ditta attende il saldo e i macchinari restano spenti (forse in attesa di un collaudo o bloccati proprio dal mancato pagamento), il Comune si espone a interessi di mora vertiginosi che, come sempre, ricadranno sulle tasche dei contribuenti.
Il quadro si complica se si guarda alla provenienza dei fondi. L’Europa, tramite il PNRR, ha finanziato non solo i 6 mangiaplastica incriminati, ma un intero ecosistema di economia circolare: un “Giardinetto del riuso”, 4 isole Econtainer, 3 cassonetti per i rifiuti elettronici, contenitori per l’olio esausto e apparecchi “eco-mivida”.
La domanda sorge spontanea: dove sono finiti questi dispositivi? Se i mangiaplastica sono tristemente visibili come inutili basi per appoggiare i sacchetti dell’indifferenziata, del resto della dotazione non v’è traccia. Se l’Europa finanzia un progetto, ne pretende il funzionamento. In assenza di risultati concreti sulla raccolta differenziata, l’UE potrebbe revocare i finanziamenti, costringendo il Comune a restituire ogni centesimo. Oltre al danno della ditta da pagare, si aggiungerebbe la beffa della restituzione dei fondi ricevuti.
Chi risponde di questo fallimento? La gestione di un compattatore non è un’impresa spaziale, eppure sembra essere diventata uno scoglio insormontabile per questa amministrazione. Che si è limitata a pubblicare debiti da capogiro nei residui passivi: null’altro che un mero adempimento contabile.
Siamo di fronte a un potenziale danno erariale. Quando un bene pubblico viene acquistato e non utilizzato, o quando si perdono finanziamenti europei per inerzia amministrativa, la Corte dei Conti ha il dovere di intervenire. I cittadini non possono continuare a finanziare attrezzature destinate unicamente ad occupare i pochi spazi residuati sui marciapiedi, mentre la pressione fiscale della TARI resta tra le più alte.
La verità è che la politica non è solo annuncio o acquisto di macchinari all’avanguardia; è manutenzione, monitoraggio e, soprattutto, rispetto del denaro pubblico. La città attende risposte chiare: dove sono i macchinari mancanti? Perché Archimede S.r.l. non è stata pagata? E soprattutto, quando inizierà quel risparmio promesso che, per ora, si è trasformato solo in un debito mostruoso?
I cittadini sono stanchi di pagare per l’inefficienza. E la pazienza, a differenza della plastica, non è riciclabile all’infinito.




